Imbrattacarta

Il piccolo Imbrattacarta amava giocare e correre libero per i campi con il fratello, il nonno e i suoi simpatici cani. L’amore per il disegno divenne presto la sua seconda lingua con cui comunicare emozioni, domande sul mondo e concetti personali, ironici e profondi. La passione per i colori nasce invece dalle ore passate a giocare con la mamma. Seduto sulle ginocchia del papà disegnavano assieme stupendi animali: il canguro venne proprio bene! L’amore per l’arte è arrivato più tardi, partendo dal canto lirico per tornare al disegno e alla ricerca artistica. Realizza nel 2010 con l’editorePresentarsì il volume Il galateo degli addii. Dal 2012 collabora con l’enologo Emiliano Rossi come consulente grafico. Dal 2017 espone nella mostra personale Vestire il vinoa Desenzano del Garda, a Firenze per Artexpertise presso Galleria Merlino e in altre due collettive Arte Projects Il fascino dell’immagine.


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dietro le quinte…

Cosa ha significato per te lavorare all’albo illustrato Il sogno di Max?

Lavorare all’albo Il sogno di Max ha significato per me realizzare un MIO sogno: che non era semplicemente “pubblicare qualcosa di mio” bensì avere la possibilità di raccontare una storia maturata e cresciuta in me da oltre dieci anni. Una storia, quella di MAX e del suo sogno, che volevo arrivasse con tutta la sua tenera allegria al cuore del piccolo lettore così come pure al cuore dell’adulto che lo accompagna nella lettura, esattamente come l’elefante adulto del racconto accompagna nel suo sogno il piccolo Max. È una storia che racconta quanto sia importante stupirsi della vita, capirsi, crescere e volersi bene empaticamente.

Questo lavoro ti ha suscitato qualche emozione particolare? In caso, ti andrebbe di raccontarci?

Sì, e volentieri! L’emozione più grande è stata quando, dopo alcuni tentativi, Max è “nato” sul mio taccuino. Mi guardava con il suo occhione spalancato, sembrava mi chiedesse di poter muoversi, che mi invitasse a giocare con lui. Essendo papà di due ragazzi, poi, l’emozione più grande durante la lavorazione me l’hanno regalata le ultime scene, in particolare quella dove il papà si abbraccia con Max commosso: lì ho disegnato me stesso quando abbracciavo i miei bimbi commuovendomi per quanto fosse grande e stupefacente la vita nella loro piccola testolina.

Ci sono stati momenti di difficoltà, e anche di fluidità, nel tuo processo creativo?

La storia di Max è nata nella mia testa diversi anni fa suscitata dal’ascolto del Valzer n.2 dalla Seconda Jazz Suite di Shostakovich e anche se avevo le idee molto chiare circa la trama, l’aspetto più importante era trovare un protagonista adatto che mi aiutasse a raccontarla dando quel carattere tenero che la contraddistingue senza scadere nel melenso. Max era perfetto. Una volta trovato il personaggio però “Come avrei fatto a dare il senso di stravolgimento, quella sensazione di inebriamento dovuto ai numerosi giri in giostra di Max?” Bisognava trovare un “meccanismo” che mi aiutasse a stravolgere l’orizzonte in modo logico e coerente. In questo l’aiuto di Chiara Bongiovanni (art-director e pulce volante) è stato prezioso!

Quali sono le pagine a cui sei più affezionato e perché?

Il frontespizio, la scena dell’autobus! Max è una storia in cui ho messo molto di me. Mi ricordo infatti degli interminabili viaggi fatti da casa a Reggio Emilia in autobus. Spesso mi sentivo un pesce fuor d’acqua: in mezzo a tutto quel vociare vivace dei miei coetanei io così in crisi con la mia adolescenza! Così quando vedo il faccino triste di Max al di là del vetro appannato in mezzo a tutti gli altri elefanti vocianti, la pioggia che cade fuori, provo un senso di grande tenerezza per lui.

Come è stato lavorare con le Pulci Volanti?

Mi sono sentito in famiglia da subito: capito al primo sguardo. Non potevo trovare un editore migliore per iniziare la mia avventura di illustratore per l’infanzia. Tutto è stato naturale e le modifiche che abbiamo apportate al progetto originale sono state frutto di una condivisione di intenti e pensiero. Quindi quelle modifiche le sento mie esattamente come se le avessi concepite io stesso.